Fare la pace con gli Stati e la guerra contro i popoli

 
Youssef Aschkar, mise en ligne : lunedì 15 luglio 2013

Negli anni Ottanta, durante le conferenze di Madrid e di Oslo, Yitzhak e Shimon Perez esposero i principi della loro nuova dottrina di pace. L’espressione chiave fu «pace e cooperazione». Le condizioni della realizzazione di questa dottrina e gli obblighi che essa implica vanno oltre gli Stati, poiché saranno le società i soggetti fondatori della pace. Tuttavia, per rendere le società atte all’incarico, il loro adattamento deve essere imperativo. Se l’espressione «pace e cooperazione» è la forma della dottrina, il modellamento delle società ne è la sostanza ossia la condizione principale di una pace accettabile per Israele.

Conformemente alla logica dei nuovi ordini, regionale e mondiale, il ruolo degli Stati non cesserà di diminuire per ridursi alla funzione, vedi all’obbligo, di modificare le società al fine di adattarle. Per compiere questa missione gli Stati dovranno impegnarsi: a fare accettare la pace la cooperazione con tutte le loro implicazioni; a prendere tutte le misure preventive che garantiscono la sicurezza della cooperazione e tutte le misure positive per servirla; adottare un piano di cambiamento radicale in tutti i settori: legislazione, insegnamento, educazione, culturale, informazione ecc.

In realtà il macro-modellamento della regione e il micro-modellamento delle sue società hanno sempre figurato nel progetto sionista dagli anni ’10 agli anni ’40: da Weismann a Eliaho Sasson. All’inizio degli anni ’50 Ben Gourion raccoglie il testimone, e il suo celebre progetto di smembramento del Libano sarà eseguito a partire degli anni ’60. All’indomani della guerra del 1967, questo orientamento fu consacrato in una dottrina strategica. Per gli israeliani la Guerra dei sei giorni aveva messo fine a una situazione, consumato un’esperienza, stabilito delle nuove realtà e di conseguenza generato una nuova strategia. La vittoria su Abdel Nasser aveva sanzionato la distruzione della forza militare, politica e morale degli arabi. E aveva dato luogo alla conquista di larghi territori con l’annessione di considerevoli strati della popolazione. L’idea era di stabilizzare la propria potenza regionale trattando con le popolazioni dei territori conquistati e con i popoli degli stati vicini che non erano più in grado di ricorrere alla forza. In questa ottica Israele ha condizionato la firma dei trattati di pace con gli stati sconfitti a delle clausole che facilitano il suo accesso alle società per modellarle. In primo luogo con il consenso dei governi, poi con la loro cooperazione. Questa pace dei vincitori è stata elaborata a partire da due principi: da una parte delle frontiere aperte e dall’altra una cooperazione che permetta l’«adattamento» delle società al nuovo ordine regionale. Si osserverà che questi stessi metodi sono stati impiegati per estendere il nuovo ordine mondiale.

L’esercito reclutò degli specialisti in scienze umane e sociali e in tutte le discipline che hanno un rapporto con la vita delle società civili. Le sale dello stato maggiore furono modificate per osservare tutti i settori della vita civile. I servizi segreti e i nuovi centri di ricerca si concentrarono su questi obiettivi proponendo degli scenari adeguati. Questo orientamento fu confermato dai dibattiti condotti dalle alte sfere politiche: governo, Knesset, alto consiglio dei partiti politici, personaggi di influenza. I dibattiti conversero su una nuova preoccupazione prioritaria e cioè come rapportarsi alle società, sia nel fare la guerra che nel fare la pace. Le frontiere di demarcazione tra la dottrina della pace e quella della guerra scomparvero. Gli anni ’70 e ’80 fornirono l’occasione di sperimentare la dottrina nel grande laboratorio regionale. Tutti gli scenari evocati dal Gabinetto israeliano dopo la guerra del ’67 furono applicati in Cisgiordania: lasciarvi meno palestinesi possibile e impedire a coloro che vi restano di sopravvivere in quanto società organizzata. Nel Libano il vecchio progetto di Ben Gourion fu applicato quasi alla lettera.

A questo stadio si pone una questione. Perché Israele durante la pace degli anni ’90 impiegava la dottrina della guerra degli anni ’60 e questo nel momento in cui tutte le condizioni che gli erano favorevoli si presentavano sulla scena internazionale e regionale; dove la maggioranza dei paesi arabi, spinti dallo slancio della pace, si precipitava su questo cammino. Dove il principio della priorità della sicurezza di Israele sulla pace fu approvato e sostenuto a Sharm el Sheikh. La risposta è che Israele tenta di porre la pace alle sue proprie condizioni non tenendo conto che di un solo ed unico principio, quello del rapporto di forza. Nel ’67 la sua vittoria la mise in posizione di forza e la sua dottrina fu concepita per sfruttare questa posizione. Negli anni ’90, valutò di essere in migliore posizione rispetto agli anni ’60. La scomparsa dell’Urss, l’ascesa americana come unica superpotenza, la guerra del Golfo in quanto fatto simbolico, la sua supremazia scientifica e tecnologica che sorpassava di molto quella degli anni ’60. E’ significativo che i due principali progetti di pace presentati da Israele siano stati resi pubblici dopo due vittorie militari: quella della Guerra dei sei giorni e quella della prima guerra del Golfo.

Da questi elementi storici possiamo concludere che Israele sembra ignorare il fatto che il rapporto di forza è una variabile non una costante, variabile che diviene sempre più complessa e ambigua vista la proliferazione degli arsenali di distruzione di massa che non sono più privilegio di pochi Stati. Allo stesso tempo Tel Aviv sembra ignorare il fatto che i rapporti di forza attuali chiamano in campo gli Stati piuttosto che le società. Gli Stati al contrario si rassegnano spesso ad accettarli e a rispettarli. Mentre le società sono inclini a sfidarli, soprattutto quando si sentono direttamente coinvolte dalle condizioni della pace imposta. Queste realtà tradiscono una miopia politica strategica fortemente radicata nei dirigenti israeliani. Essi avrebbero dovuto essere i primi a scoprire che le strategie di sicurezza meno efficaci nel XXI secolo non sono certo quelle che si fondano unicamente sul rapporto di forza. La loro miopia rischia di essere gravida di conseguenze, notoriamente in campo securitario. Penso alla sicurezza delle società piuttosto che a quella degli Stati, in una situazione in cui la supremazia militare di uno Stato non è più sufficiente a rendere sicura la sua società. Tanto più che le comunità arabe più svantaggiate, si sentono umiliate e minacciate dalle condizioni della pace forzata. E si rivolteranno molto meno contro i loro governi, giudicati incapaci di proteggerli, che contro i loro aggressori. Così il loro bersaglio privilegiato saranno gli anelli più vulnerabili del campo del nemico, nella fattispecie la società civile israeliana.

Si ha spesso la tendenza ad identificare pace e sicurezza. Paradossalmente la dottrina israeliana della pace sta compromettendo pericolosamente ogni speranza di stabilità.

In tal senso mi sembra necessario e imperativo aprire in una seria riflessione sul contenuto di questa pace e sulle sue eventuali conseguenze piuttosto che consacrarsi al processo di pace in quanto tale e alle sue possibilità di riuscire ad ogni costo.